La prova di non combustibilità UNI EN ISO 1182 è un test che permette di valutare la resistenza alla fiamma di un materiale collocato all'interno di un fornetto a "tiraggio" naturale. La macchina di test ha una geometria speciale caratterizzata da un lungo cono di imboccatura al fornetto posizionato nella parte inferiore. Il cono rovesciato ha diametro uguale a quello del forno (75mm) nella parte alta e un diametro di soli 10 mm nella parte inferiore, l'aria viene movimentata verso l'alto dalla parte calda del forno che genera una depressione all'altezza del foro da 10mm. Il tiraggio naturale per sua natura è fortemente influenzabile da molti parametri, non a caso nella norma si menziona l'esigenza di posizionare l'equipaggiamento di test lontano da correnti d'aria. Il flusso d'aria attraverso l'imboccatura del cono è bilanciato in modo da garantire l'adeguato apporto di ossigeno (favorendo la combustione) senza asportare eccessivo calore (evitando di rallentare così la combustione). Come ARGO abbiamo simulato la portata d'aria della prova in condizioni ideali di tiraggio naturale. Questi valori sono particolarmente utili per monitorare la ripetibilità di questi test rapportandoli ai dati sperimentali ottenuti posizionando un anemometro all'ingresso del cono di aspirazione naturale.
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Nonostante la grande attenzione mediatica (es. Industria4.0) i reali benefici dell’innovazione e della cultura del miglioramento continuo fanno fatica ad arrivare nelle imprese italiane. Il motivo di questa scarsa adesione risiede principalmente nel tessuto industriale italiano, come noto, composto in larga maggioranza da Piccole Medie Imprese (PMI).
Cosa significa dire che le piccole imprese non innovano? Bisogna precisare, le piccole imprese italiane sono spesso parte di un indotto o in ogni caso di un mercato globale, pertanto esse non sono totalmente stagne all’innovazione: i prodotti si sono aggiornati, sono più performanti e ottimizzati concorrendo a mantenere alta la percezione di manifattura italiana di qualità.
Allora in quali aspetti le PMI tendono a non innovare? L’innovazione latita prevalentemente nei processi produttivi, rimasti tecnologicamente indietro rispetto ai prodotti stessi. Di conseguenza emerge che le stesse procedure manifatturiere di 20 anni fa non sono più applicabili ai prodotti odierni. In questo contesto il vero tallone d’Achille della PMI italiana è la cultura del “si è sempre fatto così”.
Perché viene trascurata l’innovazione nei processi ? Non esiste un unico motivo quanto piuttosto un habitat in cui il “si è sempre fatto così” trova terreno fertile. In primis in una realtà piccola è oggettivamente difficile avere a disposizione un ventaglio di competenze industriali sempre aggiornate e sufficientemente vaste. Spesso le decisioni sia tecniche sia amministrative vengono prese da una singola persona, generalmente il titolare, la quale con il passare del tempo diventa meno recettivo e sensibile ad innovare. In nessun caso si può dire che la scelta di non innovare è consapevole, nella maggior parte dei casi non sono semplicemente noti e a portata l’ammontare dei costi che la stagnazione porta.
Qual è l’impatto sull’azienda di un processo non ottimizzato? Diverse analisi dimostrano che non innovare e trascurare l’ottimizzazione dei processi equivale a produrre in non-qualità. Non è per nulla semplice definire con certezza l’ammontare delle perdite finanziare associate alla scarsa innovazione. Esse sono specifiche per ogni azienda e rare sono le regole comuni. Esistono però dei valori medi, estrapolati da studi universitari o consortili, sull’incidenza media. Una PMI che ha investito poco o nulla nell’innovazione di processo negli ultimi 10 anni o più può arrivare ad avere una percentuale di scarti effettivi anche superiore al 30%. I danni derivati da un numero elevato di pezzi non conformi sono molteplici e comprendono le misure correttive in corso d’opera, il valore aggiunto perso ed il danno di immagine con conseguente perdita di quote mercato.

Quindi a quanto ammontano i costi del non innovare? Produrre per inerzia, senza innovazione o strategie di risoluzione problemi costa all’azienda un valore compreso tra il 6% ed il 13% del fatturato dell’azienda. Un valore non di rado superiore all’utile stesso dell’azienda! Considerato pari a circa 850 miliardi di € il fatturato delle PMI in Italia e che la % di aziende dove l’innovazione e l’ottimizzazione non trovano spazio sia ancora troppo estesa emerge chiaramente la quantità di profitto non realizzato.
Quanto costa innovare? L’innovazione di un processo non ha valori prestabiliti, dipende dal singolo caso specifico e può variare di uno o due ordini di grandezza, non esiste un valore medio. Spesso molti imprenditori chiudono le porte dell’azienda al pensiero di investire in innovazione cifre dell’ordine di alcune decine di migliaia di € a fronte di risparmi calcolabili in centinaia di migliaia di €. La base di tutto questo è ancora una volta la non consapevolezza dei costi non preventivati sostenuti in produzione per raggiungere il risultato “teorico” previsto in progettazione.
Non c’è limite alle spese di innovazione? Diversamente dal pensiero di certe culture tecnologico-entusiaste esiste un chiaro limite all’investimento in innovazione, ottimizzazione e R&S. Esiste una soglia oltre la quale la misura di innovazione ha un costo superiore al vantaggio economico prodotto. Spesso un’errata valutazione degli strumenti da impiegare per innovare porta ad investimenti cospicui che non sono ammortabili nel medio periodo o addirittura non sostenibili.
Come si innova e come si stabilisce un budget? L’approccio all’innovazione deve essere condotto da esperti in Innovation Management (IM) o esperti in ricerca industriale, possibilmente con l’appoggio di centri di ricerca o Università. Queste figure specifiche sono spesso assenti nelle PMI, per i motivi sopracitati, e pertanto è più conveniente per le aziende reperirle esternamente sotto forma di consulenza. Una consulenza che deve però procedere in totale sincronia con i vertici aziendali, stimando sulla base dell’esperienza e con i responsabili di produzione l’ipotetico incremento in produttività, definendo così l’entità della sacca di inefficienza e calibrando di conseguenza le misure degli investimenti.